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Dolori e Speranza
Molti studiosi hanno definito la transumanza una civiltà di dolore e di speranza. Di dolore perché c’erano privazioni d’ogni genere, di speranza perché la religione offriva validi valori.
Le condizioni della donna non erano molto felici, non veniva interpellata nelle decisioni, la moglie del padrone era più un’addetta che una padrona. Il suo compito era servire i suoi figli e il marito. All’età di 20 anni, lasciava la casa paterna per recarsi alla casa del marito, sul dorso di un mulo. Qui trascorreva molte ore filando e leggendo spesso libri di preghiere. Questo modo di vita accelerava il suo processo di invecchiamento, le sue grazie femminili scomparivano. La donna lavorava le stoffe per ore ed ore sul pesante telaio, le gonne le coprivano le caviglie e contribuivano a farla sembrare più vecchia. Il pastore, rispetto al contadino, svolgeva lavori meno pesanti ma la vecchiaia era lo stesso precoce nella giovinezza. Nella comunità era considerato un asociale. Per lui era normale vivere come un nomade, infatti nella scodella dove mangiava si insaponava per radersi. Il rapporto con i figli era duro, con la moglie frenato, legato alle scadenze della transumanza. Il concepimento dei figli avveniva a Giugno, quando i pastori tornavano dalla Puglia. C’è una strofa riferita alla maternità. Questa è composta da 4 versi nei quali la donna partoriente è paragonata alla Madonna; nei 7 mesi in cui il pastore stava al pascolo gli mancava il sorriso della moglie. Però la regola pastorale prevedeva che il pastore non fosse isolato dalla comunità, infatti aveva diritto di trascorrere 3 giorni in famiglia sostituendo la sorveglianza del gregge. Questo ritorno periodico era il momento più felice della vita dei pastori. Gli incontri erano rari. La durata media della vita per l’uomo e per la donna era bassa e la mortalità, in età infantile e giovanile, era molto alta.
 
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